‘mazza che roba potente.

Altra piccola (mwahahahahah) recensione, sempre fatta per http://t-class.niceboard.net/

Sono di ritorno dalla seconda nottata musicale di quest’estate. Questa volta è toccato al Colfelice Blues Festiva, nel minuscolo comune di Colfelice (FR) ( http://it.wikipedia.org/wiki/Colfelice ). Questo mini-festival (due serate, quest’anno) ha il pregio di essere ben collegato con alcuni circuiti maggiori, ad esempio il Pistoia Blues Festival, e di riuscire di conseguenza, anche al patrocinio degli enti locali compresa la regione, ad attirare artisti di grosso calibro. A prezzo stracciato, se non gratuitamente come nel caso delle due serate di quest’anno.
Un ulteriore pregio è la scarsa attinenza della denominazione con il reale contenuto della manifestazione: il "blues" infatti trae molto in inganno, in quanto in realtà nelle sue 8 edizioni è stato il rock (inteso sui generis) a farla da padrone. E non è affatto un male, soprattutto quest’anno in cui l’organizzazione, almeno nella giornata di oggi, si è dedicata al progressive, il mio genere preferito Razz.

Doppio concerto con i Moonlight Comedy www.moonlightcomedy.com/ a fare da spalla ai più blasonati componenti della David Cross Band http://it.wikipedia.org/wiki/David_Cross_(musicista) , due gruppi diversissimi per età, attitudine e target, ma che ben si sono sposati durante la serata.

La serata si è aperta con un lunghissimo sound check dei Moonlight Comedy, band progressive-metal locale, formata da giovani, ma già relativamente affermati, musicisti. La loro fama varca i confini locali, e i loro album sono distribuiti anche all’estero, terreno migliore per un genere che in Italia non trova grandissimo seguito.
Finito finalmente di accordare gli strumenti e trovare le giuste impostazioni questi ragazzi hanno incominciato a suonare davanti ad un pubblico più che eterogeneo, comprendente tutte le fasce d’età, sociali e "musicali". Bisogna dire che questo è il bello e il brutto degli show nei piccoli paesi, la folla che si forma di solito comprende pochi appassionati e tanti curiosi, attirati dal passaparola o dalla semplice riunione di "tanta" gente in un unico posto. Comunque dopo pochi minuti gran parte dei discotecari, degli anziani e delle famiglie è magicamente scomparso dal luogo, fuggendo disperata davanti ad una performance che probabilmente è troppo fuori dagli schemi "normali" di accettabilità.
Intendiamoci, i Moonlight Comedy si sono presentati con un garbo, una simpatia e un’umiltà rari nel mondo del metal, ma il genere è quello che è e non tutte le orecchie possono reggere.
La loro esibizione è stata comunque degna di nota: pur essendo alle prime armi i M.C. hanno dimostrato tecnica e capacità compositive da vendere, proponendo brani di un certo rilievo, decisamente fuori dal clichè del genere, risultando abbastanza originali, cosa più unica che rara già nell’ambito progressive moderno, figuriamoci nella nicchia del progressive metal. Ottimi gli effetti sonori della tastiera (quasi nel campo della sperimentazione), grande sezione ritmica sia dal punto di vista tecnico che da quello del "punch", di buon livello il cantato. L’impatto con i rimasti è stato dei migliori, anche con chi non apprezzava il genere più di tanto, data una certa sobrietà nel trattare una musica che di solito non è famosa per lasciare fiato o spazi liberi nel cerebro di chi la ascolta. Una sorpresa positiva, anche se con qualche limite (sono pur sempre alla prime armi…). Il chitarrista, nonostante le lodi sperticate nelle recensioni sui siti, non mi è sembrato particolarmente ispirato. Molto effetto "doom", tanta chitarra ritmica, accordi e plettrate, ma il tutto sembrava molto "inquadrato". Non c’è stato un assolo degno di questo nome e anche la velocità di esecuzione, per il genere, mi è parsa un pò bassa. In più la ritmica è stata data per tutta la serata con un registro a mio parere troppo basso, che incupiva il risultato finale e soprattutto privava la band di uno strumento solista oltre le tastiere, che già di loro erano tutt’altro che melodiche. Insomma una chitarra un pò deludente, anche se senza errori di sorta. Magari l’effetto voluto era proprio quello realizzato confused .
Alla fine dei (pochi) brani suonati i Moonlight Comedy hanno lasciato comunque una positivissima impressione, soprattutto per aver evitato di collassare le orecchie dei presenti con un volume troppo alto.
Cosa che invece, a sorpresa, hanno fatto i componenti della David Cross Band.

David Cross, ex componente dei King Crimson, 60enne allampanato a capo di un gruppo con un’età media abbastanza spostata in avanti (solo il tastierista ha meno di 40 anni), era il piatto forte della serata, ma nessuno si aspettava COSI’ forte Twisted Evil.
Già da subito, appena saliti sul palco, si è capito che al gruppo non mancava assolutamente l’energia, e che anzi i vecchiardi Laughing ci davano dentro come pistoni di un motore di F1. Il progressive metal di qualche minuto prima, pur poderoso, è stato sonoramente (è il caso di direlo) spodestato nelle orecchie della gente dalla massa di suono proveniente dagli strumenti di Cross e compagni. Incredibile veramente quanto volume sono riusciti a toccare nel corso del concerto, e con quale pienezza di suono poi. Nonostante, c’è da dirlo, un service scadente non tanto nella strumentazione quanto nell’addetto al mixer, che ha lasciato spesso e volentieri spazio alla distorsione pura, che con la voce ha creato qualche cacofonia non voluta e molto fastidiosa, risolta solo a metà concerto.
Cross ha proposto un repertorio diviso fra vecchi e nuovi brani della sua produzione da solista e vecchi successi dei King Crimson. Nonostante Wikipedia dica che il violinista si sentisse schiacciato nella pressa degli strumentisti del Re Cremisi questa sera sicuramente i vecchi brani degli "inventori del prog" sono risultati quelli più "delicati" e melodici, in cui il violino elettrico (suonato più che magistralmente) poteva risultare predominante. Nei brani del repertorio personale di David Cross invece la forza dirompente del gruppo, pur non mettendo in secondo piano nessuno strumento, di sicuro non ne esaltava nessuno in particolare, tranne la chitarra che è venuta fuori come in un concerto Hard Rock. Ed è questa la principale impressione che ha destato in me questo gruppo. Un gruppo totalmente progressive, con tutti i crismi e le caratteristiche del genere portate all’ennesimo livello, con però un’attitudine hard rock, quasi heavy metal, del chitarrista Paul Clark, veramente strabordante.
Singolarmente ogni musicista ha dimostrato capacità stratosferiche col proprio strumento, nell’alternarsi dei vari brani: il giovane tastierista, l’unico a volte un pò in disparte, ha creato un ottimo "mood" tramite una costante riproposizione di toni rubati a mellotron e hammond d’annata, e a una buona quantità di effetti, mai invasivi; batterista e bassista hanno pistato come bestie feroci per tutta la durata dello show. Incredibile la loro capacità di non fermarsi un attimo, a ritmi forsennati e mai una volta semplici. Tempi dispari e pari si sono alternati senza soluzione di continuità ad una velocità folle, anche maggiore di quello che il genere prescrive. Non mi sembra esagerato parlare di momenti di puro "metal". Il bassista poi ha fatto vedere un eclettismo non da tutti, districandosi in maniera eccezionale sia nell’accompagnamento ritmico, sia nella melodia, sia negli assoli, sia nell’eterogeneità dei suoni proposti, che sono arrivati anche a proporre momenti "funky" con il basso a 6 corde suonato in "slap" per lunghi lassi di tempo e momenti "heavy" realizzati tramite "tapping"; ottimo il cantante, capace di passare da toni bassi e caldi ad acuti prolungati sui ritornelli, questa sì una eccezione rispetto alla norma che vuole purtroppo cantanti non sempre all’altezza nell’ambito progressive; Eccelso anche il violinista la cui band porta il nome, soprattutto nella capacità di dirigere il resto della band, con attacchi e rilasci sempre perfertti, e con momenti oltre il limite del virtuosismo, soprattutto durante le cover dei King Crimson. Spettacolare il violino è risultato durante Exiles (una melodia talmente bella che in Italia è stata saccheggiata da Pino Daniele Embarassed nella sua "Donna Cuncetta"), Starless e una 21th Century Schizoid Man allungata anche rispetto al già corposo brano originale; ma come già detto a stupire tutti è stato il chitarrista, un vero portento, praticamente inesauribile e dall’appeal del tutto heavy metal. Gambe divaricate, posizione "aggressiva", capelli lunghissimi, headbanging su ogni assolo hanno solo rincarato la dose, aggiungendo oltre alla sostanza anche l’apparenza. Ma è la sostanza quella che rimane degna di maggior nota: una velocità di esecuzione indescrivibile, milioni di note sputate ogni secondo da una chitarra che sembrava sull’orlo di fumare per l’attrito da un momento all’altro. E non solo velocità, ma anche tecnica compositiva, con assoli eseguiti in maniera mai troppo prolungata e mai fuori "tema", con un continuo suonare che non è apparso mai fine a se stesso, anzi perfettamente in linea con quanto suonato dai compagni, un incastro perfetto che non faceva sentire la mancanza di nulla nel muro del suono che si creava. A dirla tutta questi "vecchietti" hanno dimostrato di avere tanto da insegnare alla loro "spalla" che li aveva preceduti, soprattutto su come legare bene l’insieme e su come cambiare una miriade di tempi nello stesso brano senza mai perdere il medesimo "mood".
Veramente una gran cosa. Shocked
Lacrimoni nel bis Crying or Very sad con una inaspettata 21th Century Schizoid Man cheers , brano di un disco precendente all’ingresso di David Cross nei King Crimson, ma magistralmente eseguita dal violinista, che ha sostituito un personale assolo e un duetto con la chitarra alla jam free-jazz /rumoristica presente invece nella versione generale.

Sono passate più di due ore dalla fine del concerto, e ancora mi fischiano le orecchie. Che botta. geek

AtinaJazz ’08, mica male…

Piccola (???) cronaca scritta per il forum http://t-class.niceboard.net

Ieri sera ho avuto l’ottima idea di andare a vedere la serata conclusiva della XXIIIesima edizione di Atinajazz, una manifestazione dedicata al jazz nel vicino piccolo comune di Atina http://it.wikipedia.org/wiki/Atina
Nonostante il prezzo relativamente altino (20 euro) per i concerti estivi, soprattutto nei dintorni (l’anno scorso ho visto Billy Cobham http://it.wikipedia.org/wiki/Billy_Cobham per 5 euro, per esempio) devo dire che la prestazione dei protagonisti è stata esaltante.

Ha aperto la serata il trio formato da Gianluca Petrella (Trombone), Antonello Salis (Tastiere) e Bobby Previte (Batteria), suonando pezzi (o per meglio dire suonando e basta, visto che non hanno avuto soluzione di continuità per un’ora, nessuna pausa fra un brano e l’altro) tratti dal loro album "Big Guns" (che mi appresterò a comprare).
Il trio, ieri spalla del più famoso "headliner" della serata, è stato a dir poco stupefacente.
Il pubblico di ieri infatti era formato da pochi appassionati e da molti curiosi attirati dalla recente fama (soprattutto televisiva) di Stefano Bollani e il genere trattato da Petrella non era propriamente alla portata di tutti, in quanto quasi tutto orientato al Free-Jazz sperimentale, inframezzato da (poca) fusion .
Nonostante ciò la loro performance ha stregato tutta la piazza. Per un’ora non si è sentita volare una mosca, dopo i primi 5 minuti di "adattamento" anche le macchine fotografiche si sono magicamente fermate (anche io ho completamente dimenticato di fare qualche foto  ). Musica allo stato puro, ipnotica, coinvolgente, profondamente sentita e perfettamente suonata ha tenuto bloccato un migliaio di persone in una sorta di trance, e sinceramente ne sono rimasto folgorato.
Il genere non è assolutamente facile, quasi sempre lo reputo troppo ostico da ascoltare, per lo meno sotto forma di cd. Ma dal vivo questi tre artisti hanno tirato fuori qualcosa di sublime.
Antonello Salis in una veste a metà fra lo Zawinul solista e Jan Hammer ha tirato fuori dalla tastiera qualsiasi cosa. Eseguiva le partiture di basso, l’accompagnamento in stile "chitarristico", le melodie pianistiche e soprattutto una serie infinita e azzeccata di feedback, rumori, effetti sonori e cacofonie perfettamente in linea con il resto dell’ensemble, tanto da risultare non solo adatte, ma anche più che piacevoli  .
Gianluca Petrella, giovane promessa del jazz italiano, si è invece dedicato al Trombone, suonandolo magistralmente, senza un attimo di respiro. Melodie intense, ritmo forsennato e aggressività di stampo rock, tutto da un ottone neanche tanto utilizzato al di fuori di orchestre e come strumento solista. Il tono caldo dello strumento si inseriva a meraviglia nella "freddezza" dell’accompagnamento delle tastiere. Interessantissima la sua capacità di "dirigere" gli altri due compagni nella melodia e nell’improvvisazione, sia nel volume che nel vero e proprio indirizzo musicale, con temi e tempi mai banali o ruffiani. In più Petrella si è poi dedicato anche ad un brano (o meglio un pezzo di performance) eseguito con il Theremin (strumento elettronico di solito usato nei film di fantascienza come colonna sonora, ma nato in origine per la musica classica), assolutamente eccezionale, data anche la notoria difficoltà nell’utilizzo di questo misconosciuto strumento.
Bobby Previte, l’americano del Trio, è stato decisamente il più "Rock Oriented", eccezionalmente coinvolgente e, per me che sono un patito della ritmica, indimenticabile. Tecnicamente anche sopra la perfezione, ha scandito il tempo meglio di un metronomo, pur non perdendo nulla nel feeling con la musica. Precisione e pulizia non gli hanno evitato di suonare "duro", di pestare come un batterista hard-rock. Quasi mai ha impugnato le spazzole e anzi per qualche minuto si è anche dimostrato bravo ad usare le mazze da timpano, ancora più potenti e che hanno creato un suono talmente "pieno" e bello che mi sono quasi commosso .
Insomma è stato qualcosa di più che "musica", quel qualcosa di più che neanche il più perfetto degli impianti di registrazione e riproduzione può interamente cogliere.
Dopo quest’ora di esibizione quasi nessuno credeva che fossero solo "una spalla" e che ancora il concerto clou dovesse arrivare 

Concerto clou che non è stato da meno, per bellezza. Meno coinvolgente (nel totale, parzialmente è arrivato a livelli simili), ma anche più "leggero", "spensierato" e "easy listening", nonostante l’incredibile capacità tecnica dei protagonisti.
Bollani è assurto agli onori della cronaca come uno dei migliori pianisti jazz d’Europa, se non del mondo, raccattando premi e riconoscimenti in ogni dove, ma soprattutto grazie alle apparizioni televisive con Arbore, dove ha dimostrato una verve non comune di showman.
E ieri sera non è stato inferiore alla sua fama. In una formazione di 8 elementi (Piano, Contrabasso, Chitarra Acustica, 2 Sax, Clarinetto, Percussioni, Batteria) l’ensemble ha presentato il disco "Carioca", dedicato interamente alla musica popolare brasiliana, versante "misconosciuto". Niente grandi classici, ma una ricerca delle basi popolari della musica. Io non apprezzo molto le melodie sudamericane, anzi ammetto di trovarle spesso fastidiose  , eccessivamente melense e lente. Ma mi sono dovuto ricredere. Bollani infatti ha un gusto tutto particolare per il jazz, riesce a renderlo molto molto popolare, ma soprattutto ha delle eccellenti capacità tecniche che gli permettono una velocità di esecuzione così estrema da vivacizzare molti i brani che suona.
Nonostante quindi il repertorio fosse poco "mainstream" (a parte il popolare "Tico Tico", riarrangiato in maniera sovraccarica e suonato alla velocità della luce) e il genere non fosse prettamente di mio gusto, devo dire che sono rimasto eccezionalmente soddisfatto del concerto.
Sezione ritmica con contrabasso e batteria semplice e discreta, a lasciare spazio alle percussioni, suonate con il solito virtuosismo che il genere richiede, ha fatto da tappeto sonoro ai vari strumenti, spesso in posizione di solisti. Bollani non ha smesso un attimo di battere sui tasti del pianoforte (a mezza coda, niente tastiere), discretissimo in accompagnamento, straripante negli assoli. Ma anche gli altri strumentisti hanno dimostrato grandi capacità. Il chitarrista benchè fosse un pò "freddino" non ha sbagliato una nota o un tempo, nonostante degli assoli di notevole durata. Ma la parte del leone (dopo il pianoforte, ovviamente) l’hanno fatta i fiati. I sassofoni e il clarinetto si sono districati benissimo nei momenti comuni e hanno dato il meglio nelle parti soliste, soprattutto Ze Nogueira al sax che oltre agli assoli si è anche concesso un intero brano, suonato in penombra, illuminato da dietro da una luce blu soffusa, in piedi che ha regalato un momento di gran pathos a noi pubblico fortunato.   (ma qualcuno più che raggiante a questo punto sembrava più  )

Oltre a tutto questo, va aggiunto che fra un brano e l’altro Bollani e compagnia bella hanno inscenato delle brevi ma intensissime scenette cabarettistiche, che più che strappare sorrisi hanno provocato sonore risate di cuore, degne del miglior comico  .

Insomma, veramente una bella serata di musica.