Vonnegut, l’odio e il ridicolo.

Poco conosciuto in Italia, ultimamente grazie al passa parola, agli articoli di Michele Serra e anche (sempre così va) alla sua morte, Kurt Vonnegut  si è finalmente "imposto", per lo meno in una certa tipologia di lettori. Quella attenta. Vonnegut è uno dei più grandi scrittori americani (e mondiali) del XX secolo. Non solo perchè sia in inglese che in italiano è dotato di una prosa tagliente, cinica, spigolosa eppure poetica e scorrevole sul piano tecnico. Non solo perchè le tematiche trattate sono così ampie e articolate che sembra di leggere un saggio di approfondimento. Non solo perchè pur scrivendo liberamente sia nella forma che negli argomenti non si nota mai l’ombra di una caduta di stile, di morbosità, di volgarità o di qualsivoglia riempitivo di dubbio gusto, nè di censure interne. Non solo per questi motivi, ma anche e soprattutto perchè Vonnegut era un inguaribile ottimista. Tutta la cattiveria, l’ironia, il sarcasmo, il cinismo, l’umorismo, la satira, la critica sociale e l’acidità di cui è capace nei suoi scritti (e non è poca, ve lo assicuro) sono assolutamente portati alla costruzione, mai alla distruzione gratuita. Vonnegut ha sempre speranza, è sempre "felice". Al massimo è fatalista, ma la disperazione è non è mai vuota, fine a se stessa e soprattutto non è mai compiaciuta. Insomma quando dice di un personaggio "E morì il giorno dopo. Così è la vita" viene da ridere, più che da disperarsi. Viene da pensare, più che da delirare. Ed è per questo che Vonnegut vale miriadi di volte di più di tutti quegli scrittori pseudointellettuali, mosci e funerei che si beano dei mali della vita e della Terra.

"Madre Notte" (edizione Feltrinelli), storia / finta memoria delle sventure di un ex tedesco – americano, spia degli U.S.A. in Germania durante la seconda guerra mondiale, accusato dagli Israeliani di Nazismo per aver fatto propaganda (come copertura) al regime, è un libro che denota tutte le caratteristiche di cui sopra.
Il tema è duro ed è trattato in maniera per nulla ideologica. Il protagonista è trascinato dagli eventi, è dubbioso, non si considera nel giusto, ma non riesce neanche a considerarsi del tutto colpevole. Il senso di colpa per aver "aiutato" il regime con le sue parole di speaker radiofonico, con le sue vignette, con le sue commedie e quant’altro gli impedisce di scagionarsi o di provarsi a difendere seriamente, mentre la consapevolezza di aver collaborato con gli alleati, di non essere intimamente razzista o antisemita, di aver più perso che guadagnato dalla sua esperienza gli permette la speranza di morire di morte naturale fuori dal carcere.
Il libro è consigliato a tutti, ovviamente.

Piccolo estratto:
Io […] avevo sperato di essere soltanto ridicolo, ma viviamo in un mondo in cui essere ridicoli non è facile; ci sono troppi esseri umani che non vogliono ridere, che non riescono a pensare.Vogliono soltanto credere, arrabbiarsi, odiare. Troppa gente aveva voluto credere in me.
Dite quello che volete del sublime miracolo di una fede senza dubbi, ma io continuerò a ritenerla una cosa assolutamente spaventosa e vile.